La Università Popolare e della Terza Età "Mogadiscio" (U.P.T.E.M.), intende promuovere la ricerca e l'incontro, il dialogo, l'amicizia e
l'aiuto in particolar modo tra Italiani e Somali, favorendo la conoscenza e la
collaborazione reciproca e sinergica e l'integrazione sociale e culturale con
minoranze etniche, linguistiche e religiose. I tempi delle imposizioni militari della fine dell'Ottocento e dei primi anni del XX secolo, sono per fortuna lontani.
Protettorato
dal 1889, la Somalia diviene Colonia Italiana nel 1908, dopo che, dall'aprile
1905, il Governo Italiano ha deciso di assumere la
responsabilità diretta sulla Colonia del Benadir (che riceve il nome di
Somalia), sino ad allora nelle mani di una compagnia commerciale italiana,
accusata, tra le altre cose, di complicità o diretta responsabilità nel
traffico schiavistico. Dal 1904 al 1924 Mohamed ben Abdalla Hassan, chiamato
dagli inglesi "Mad Mullah" (santone pazzo, 1856-1920)
conduce la guerriglia anti-coloniale, tenendo in scacco i diversi eserciti
presenti nella zona (francese, inglese, etiope e italiano). È la rivolta dei
Bimal (dal nome della principale tribù somala coinvolta), che viene repressa
con durezza, utilizzando truppe di ascari. Quando, nel 1923, il nuovo
governatore, Cesare Maria De Vecchi (1884-1959), giunge in Somalia, solo la
parte meridionale della colonia è controllata direttamente da Roma, mentre i Sultanati Settentrionali sono
soggetti a un Protettorato privo di
qualsiasi concreta autorità. Tra il 1925 e il 1927 il Governatore conduce una serie di
costose campagne per ridurre il Nord all'obbedienza. De Vecchi ricorre a metodi autoritari che
spesso si concretizzano in veri e propri massacri. Dalla fine degli anni Venti,
molta della terra più fertile del territorio somalo viene assegnata a coloni
italiani. Nel 1935, la fondazione della Regia Azienda Monopolio Banane (RAMB)
favorisce lo sviluppo di piantagioni che sfruttano manodopera autoctona
costretta al lavoro, sistematicamente affamata e punita con castighi corporali
e imprigionamento nel caso non riesca a soddisfare i parametri di rendimento
richiesti dai padroni italiani. Si tratta, in sintesi, di sfruttamento di
lavoro schiavile.
(I dati e
le informazioni presenti in questa scheda sono tratti per lo più da Angelo Del Boca https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Del_Boca, Gli italiani in Africa
Orientale. La conquista dell'Impero, Milano, Mondadori, 1992).
Serpenti Velenosi della
Somalia. Veggasi, per maggiore informazioni, questa pagina su Internet (in
lingua inglese): https://www.usariem.army.mil/somalia/snake.htm.
In essa è scritto che "tutti i
Serpenti in Somalia debbono essere considerati come molto
velenosi/velenosissimi". Fra le varietà, il "Boomslang" ("Dispholidus
typus") dal veleno emotossico, provocante emorragie, il "twig snake", i "cobras" (Specie "Naja";
ad esempio il "Naja haje" detto "Cobra egiziano", dal veleno
neurotossico molto molto più potente di quello del comune cobra che
causa paralisi e morte per collasso respiratorio Continua ad attaccare il
proprio bersaglio reiteratamente; in
Somalia è incluso un cobra che sputa il veleno negli occhi. Il veleno può
giungere a ben 3 metri e mezzo circa di distanza, è dolorosissimo, causa
cecità, talvolta permanente se non trattato adeguatamente ed immediatamente), i
"Puff adders" (cioè le vipere del
genere "Bitis"; "Bitis Arietans" https://it.wikipedia.org/wiki/Bitis_arietans https://en.wikipedia.org/wiki/Puff_adder; dal potente veleno emotossico capace di
distruggere le cellule ematiche e provocare estesi danni ai tessuti), le "Mole vipers" alias "Burrowings Vipers" ("Atracaspis
microlepidota"; che a dispetto delle piccole dimensioni possiede un potente
veleno emotossico), le "Sand Vipers"
(o Vipere della Sabbia, alias "Cerastes
Vipera", dal veleno emotossico provocante severi danni alle cellule
ematiche ed ai tessuti. Colpisce più volte il proprio bersaglio), le "Horned
Desert Vipers" ("Cerastes
cerastes" dal veleno emotossico
capace di provocare seri danni alle cellule ematiche ed ai tessuti), gli
snelli, velenosissimi e fulminei "Mambas"
(specie "Dendraspis"), i serpenti velenosi (simi) probabilmente più
pericolosi ed aggressivi al mondo (varietà comune il mamba verde "Dendraspis
angusticeps", ed il mamba nero) dal veleno neurotossico
potentissimo, vipere ed il Serpente Nero di Antinoo. L'Oceano vicino le Coste
Somale ha pure i velenosissimi e grandi serpenti di mare (presenti ovunque
fuorchè nell'Oceano Atlantico). Ad un non molto lungo serpente di
mare, assai velenoso, l' "Hydrus platurus (blg) – Palamides bicolor (Dum e
Bibr.) / Hydrus bicolor (schneid), tipo bicolor, Obbia", il Prof. Dott. Francesco TESTI, Tenente
Generale Medico, dedicò l'opera intitolata "Nota su di un ofidio velenoso della Somalia
della sottofamiglia delle "Hydrophiinae"", edito dall'Istituto di
Patologia Coloniale – R. Università di Modena, Direttore Prof. G. FRANCHINI, Stabilimento
Poligrafico Artioli. Questo rettile
velenoso con le alte maree spesso si ritrova sulla terra ferma, magari entro
capanne poste vicino la riva, sulla spiaggia, e riesce anche a sopravvivere,
adattandosi perfino mangiando topi. Fra i cobra somali
ricordiamo, soprattutto nel Sud della Somalia il "Naja melanoleuca Hallowell", 1857, Sinon.: "Naja haje var. melanoleuca" (Refs: Bocage, 1879, 1886, 1893; 1905;
Vieira, 1886; Bedriaga, 1892; Ferreira, 1901, 1903; Boulenger, 1906; Chabanaud,
1916, 1918, 1921; Loveridge, 1936; Andersson, 1937; Monard, 1937, 1940;
Themido, 1941; Frade, 1946; Villiers, 1956; Perret & Mertens, 1957;
Hellmich, 1957;Condamin, 1959; Capocaccia, 1961;
Roux-Estève, 1962; Laurent, 1964; Audenaerde, 1967; Hughes & Barry, 1969;
Papenfuss, 1969; Fitzsimons, 1970; Malnate, 1971; Manaças, 1973; Miles et al.,
1978; Joger, 1982; Welch, 1982; Manaças, 1982; Meirte, 1992; Schatti &
Loumont, 1992;; Meirte, 1992; Nill, 1993; Haagner, 1994). Ad un particolare
serpente, lo "Elapechis Boulangeri",
il Prof. Dott. Francesco TESTI, Tenente Generale Medico, dedicò l'opera
intitolata "Un colubride proteroglifo da
aggiungersi alla fauna erpetologica della Somalia Italiana", edito
dall'Istituto di Patologia Coloniale – R. Università di Modena, Direttore Prof.
G. FRANCHINI, Estratto dall' "Archivio Italiano di Scienze Mediche
Coloniali", Anno VI – Fascicolo N. 6
– 1935 – xiii, entro la qual opera rammentò anche la
presenza di altro serpente velenoso, l' "Hydrus
platurus" (presente pure nell'allora Museo Coloniale), al quale dedicò "ad hoc" una Sua Opera. Ricordiamo pure la
"Saw-scaled Viper" ("Echis
carinatus"; veleno altamente
emotossico e potente). Ricordiamo pure questo Cobra Somalo (Naja subfulva): https://en.wikipedia.org/wiki/Brown_forest_cobra
Curiosità Culturali: le lame avvelenate dei guerrieri somali
Guerrieri Somali (https://www.forensicfashion.com/1900SomaliWarrior.html). In somalo detti "dagaalyahan" (dal somalo "daagal"
oppure "dagaalamid" che significa per
l'appunto "guerra") oppure "waranle",
letteralmente "portatori di lancia",
l'arma più importante per un gran numero di popolazioni africane, tanto che si
ritrova non solo negli stemmi, ma perfino nelle Bandiere Nazionali di Swaziland
e Kenia. Non è azzardato asserire che la lancia, "waran", è nell'Araldica Africana, quel che la spada (in somalo "Seef" ma anche la spada corta o "Billao" https://it.wikipedia.org/wiki/Billao) è nell'Araldica Europea. Il ferro delle lancie somale è
quasi sempre a foglia di lauro immanicato a cartoccio e con puntale di ferro a
spirale. Sul "Dizionario Araldico"
del Conte Piero Guelfi-Camajani,
Milano, 1940, leggiamo che la lancia "è
una delle più Nobili armi offensive del Medio Evo. Adoperossi sin dalla più
remota antichità; ma dopo la caduta
dell'Impero Romano il portarla fu privilegio dei Nobili e degli Uomini Liberi. –
omissis – E' simbolo di Virtù Guerriere, Nobiltà." Armologicamente il nome esatto sarebbe "Zagaglia", arma in asta con ferro a
forma di lancia o foglia, lungo una ventina di centimetri, con asta di grandi
dimensioni (circa quattro metri). Fu l'arma delle Fanterie fino a tutto il
secolo XVI, soppiantata e sostituita lentamente dalle armi in asta con ferri
più specializzati per il combattimento quali ronche, alabarde, ecc. Del tempo
delle colonie abbiamo bellissime fotografie riproducenti Nobili guerrieri
dotati delle tipiche lancie e del tipico scudo rotondo di dimensioni ridotte,
arma di difesa assai maneggevole, riportante impressioni a freddo sulla pelle,
solitamente di giraffa ("Ghèri") o
rinoceronte ("Huil"), con piccolo umbone centrale. La
lancia sopravvisse, sia pure con un'asta più corta, presso i popoli
dell'Africa, dove fu usata anche come
giavellotto fino agli inizi del nostro secolo. La lancia appunto del tipo corto
è usata pure nelle Arti Marziali Cinesi sotto il nome di "Ch'iang", nelle
Arti Marziali Vietnamite/Annamite sotto il nome di "Thuong", nelle Arti Marziali Giapponesi sotto il nome di "Yari", (ne esistevano due varietà
principali, quella con la lama a sezione triangolare, detta "Sankaku-Yari" e quella con la lama a
sezione romboidale, detta "Ryo-Shinogi-Yari"; le Yari dei Cavalieri avevano lama corta
10-12 cm), dalle Arti Marziali Tailandesi/Siamesi
sotto il nome di "Ram" o "Ti", etc.
I guerrieri somali, erano abilissimi nella Guerriglia[1]
(e se debbono combattere lo sono ancor oggi), attaccavano di norma con giavellotti[2],
lance, archi[3] e
frecce e sparivano, come per una toccata
e fuga" ed erano esperti nell'impiegare trappole[4],
le stesse che usavano per catturare ed uccidere leoni e leopardi.
Freccia. In somalo "gamùn" o "fallaar", in
inglese "Arrow"; propriamente
l'asticella della freccia; "filàr",
la punta, detta "davàn" se
lanceolata. Le frecce somale sono
impennate con la punta di ferro immanicata a codolo, doppie alette per le
frecce di guerra, a foglia di ulivo per quelle da caccia. Il ferro era
avvelenato con il potente e letale "Uabaio". Le frecce venivano tenute entro
una faretra di legno, sub-cilindrica di legno con coperchio in cuoio, detta in
somalo "gobà".
Le lame potevano essere
avvelenate come per le battute di caccia[5]
grossa con il micidiale Uabaio (Wabaio se
usasi la traslitterazione in lingua inglese), veleno ricavato dalla decozione
delle radici di una Acocanthera (nome
botanico, in italiano Acocantera[6])
detta pure Ubaio. Questa sostanza venefica avente l'aspetto e l'odore del succo
condensato di liquirizia, contenente la "uabaìna",
o "ouabaìna" (Glicoside che si estrae
da parti legnose dell'Acocantera ed è dotato di azione cardiocinetica simile
alla Digitale Purpurea, contenente la Digitalina ed allo Strofanto), veniva fissato in forma fusolare sul
codolo, fra la punta di ferro e l'asticciola della freccia. I veleni di origine
Vegetale[7]
sono spesso efficacissimi al pari di quelli di origine Animale[8],
Batterica[9]
o Minerale[10]. La
sua azione era molto rapida. Se fresco e ben concentrato l'Uabaio poteva uccidere un leone in dieci minuti circa ed un elefante
in meno di trenta minuti, d'altronde, come ognun sa, i veleni sono da sempre
stati usati, presso tutti i popoli, da soli o sulle lame per uccidere.L'Africa,
al pari dell'Estremo Oriente vanta una lunga tradizione di Tossicologia. Si
parla dello Uabaio nel testo intitolato "Warriors
and Strangers" a cura di Gerald HANLEY, 319 pagine, edito dalla Harper
& Row, costo $7.95. Il veleno era ben noto
anche agli occidentali, giacché abbiamo testi come questo di Richard F.
Burton, 1856, tratto dal libr "First footsteps of East Africa":
"Agree in expelling the Midgan
from the gentle blood of Somaliland, …many
Midgans employ themselves in hunting and agriculture. Instead of spear and
shield, they carry bows and a quiver full of diminutive arrows, barbed and
poisoned with the wabaio weapon used from Faizoghli to the Cape
of Good Hope. …The poison is greatly feared. It causes, say the people, the hair and nails to drop
off, and kills a man in half an hour. The only treatment known is instant
excision of the part".
Note a piè pagina:
[1]
Guerriglia. In somalo "Jabhad".
Guerrigliero "Qof ka tirsan jabhad"
(ben differente da Guerriero "Dagaalyahan").
[2]
Giavellotto. In somalo "Waran yar oo la
rido, Eebo, Hooto". Comunemente usato, ha il ferro immanicato a cartoccio,
a sezione quadrilatera.
[3] Arco. In somalo "chànsu" pure trascritto "qaanso".
[4] Trappola. In somalo "dabin, qool, shirqool".
[5] Caccia. In somalo "ugàr". Quella effettuata con le reti era
detta in somalo "sciabaco", quella
con i laccioli "ài".
[6]
Acocantera. Ne abbiamo diverse, ad esempio la Acokanthera spectabilis detta ancheAcokanthera oblongifolia o Lauro Tossico
(Famiglia Apocynaceae/Apocinacee), la Acokanthera vevenata, la
Acokanthera abyssinica (R.Br) K.
Schumann detta pure Acocanthera Schimperii A. DC.(contenente
come principio attivo la
Estrofantina-G). Vehhasi pure la seguente pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Acokanthera
[7]
Fitotossine (o tossine di origine vegetale), quali la Ricina, contenuta nel
Ricinus Communis, la Robinia,
contenuta nell'Acacia, la
Crotina, presente nei semi di Croton Tilium/Tiglio, la Fellina, contenuta
nell'Amanita Phalloides, etc. La parola
"tossina" deriva da una parola greca
che vuol dire "veleno". Le tossine,
che sono delle sostanze elaborate dai microrganismi, da alcune piante e da
certi animali, intensamente attive a dosi minime, le quali esercitano un'azione
dannosa quando vengono introdotte nell'organismo, infatti, si dividono in tre
classi fondamentali: Fitotossine,
Zootossine e Batteriotossine.
[8]
Zootossine (o tossine di origine animale), quali il veleno dei Serpenti (Cobra,
Vipere, Serpenti Marini, etc.), della Salamandra
(Salamandrina), delle ghiandole cutanee del Rospo (Frinolisina), del Ragno
(Aracneolisina), dell'Ape, dello Scorpione, etc.. Veggasi, per maggiori informazioni, la seguente pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Zootossina
[9] Batteriotossine (o tossine di origine
batterica o microbica. Per esempio colerica, dissenterica, etc.). Le tossine batteriche, che presentano un particolare
interesse in patologia, possono essere distinte in due categorie: le esotossine
e le endotossine. Le esotossine sono sostanze fortemente tossiche prodotte da
batteri viventi, che le diffondono liberamente nel mezzo ambiente. Quelle
meglio conosciute sono prodotte da Clostridium
botulinum (responsabile del botulismo), Clostridium
tetani (agente del tetano), Corynebacterium
diphteriae (che provoca la difterite), streptococchi del gruppo A.,
stafilococchi. Le endotossine sono invece costituenti specifici dei batteri, da
cui si liberano quando vanno in disfacimento. Batteri patogeni che liberano
endotossine sono le salmonelle (Salmonella paratyphi e Salmonella
typhi), Escherichia coli,
le Shigelle, Brucella melitensis, il
vibrione colerico, Pasteurella pestis
(responsabile della peste), Haemophilus
pertussis (agente della pertosse insieme alle Bordetelle), le "Neisserie".
Le esotossine hanno un meccanismo d'azione molto specifico; sono forti antigeni
per la loro struttura proteica; vengono facilmente distrutte dal calore e dagli
enzimi proteolitici, con conseguente perdita del potere tossico. Fa eccezione
la tossina botulinica, grossa molecola i cui frammenti conservano anche dopo
scissione proteolitica la caratteristica tossicità. Le endotossine hanno una
tossicità generica: la loro azione consiste essenzialmente nell'aumento della
temperatura corporea (effetto pirogeno) e in un processo di necrosi a carico di
alcuni organi, dell'intestino e degli endoteli capillari. Le endotossine hanno
struttura glico-lipo-proteica e un modesto potere antigenico. L'immunizzazione
per mezzo di endotossine porta alla formazione di anticorpi che esercitano
importanti effetti antibatterici, ma che sono tuttavia incapaci di
neutralizzare completamente l'azione tossica.
[10] Ad esempio l'Arsenico. La voce verrebbe dal persiano Zarnikh, orpimento
o dal greco "arsenikón", mascolino. In latino "Arsenicum",
in corso "Arsenicu", in inglese e
francese, con eguale grafia ma con differente pronuncia "Arsenic", in spagnolo/castigliano "Arsénico". Simbolo
chimico "As". Il classico veleno per
insetti e ratti usato spessissimo in Occidente, nel Medioevo (ma anche in tempi
più recenti) da talune Mogli poco simpatiche, per uccidere i propri Mariti. Dai
cinesi detto "P'i Shih". Nella Medicina Tradizionale Indiana, la "Âyurveda" (letteralmente "Scienza della Longevità", "Scienza Medica"), l'Arsenico era
considerato, assieme alla bile, un ottimo antidoto. Fino all'avvento della
Penicillina, i composti di Arsenico sono stati i più efficaci farmaci
antiluetici. Usato anticamente dai cinesi contro le febbri
intermittenti. Secondo l'autorevole Wikipedia:
"L'Arsenico è l'elemento chimico
di numero atomico 33. Il suo simbolo è As. È un semimetallo che si
presenta in tre forme allotropiche diverse: gialla, nera e grigia. I suoi
composti hanno trovato impiego, in passato, come erbicidi e insetticidi. È
inoltre usato in alcune leghe". Veggasi, per maggiori informazioni, la seguente
pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Arsenico
Curiosità Culturali: cos'è un Derviscio
Derviscio. Un membro di una Comunità Mistica Islamica nella
quale assieme ad una interiorizzazione della vita religiosa, v'era una ascetica
rinuncia al mondo e per tale ragione era detto "povero", in persiano "Darwīsh"
(in arabo "Faqīr", da cui il termine "Fachiro" https://it.wikipedia.org/wiki/Fachiro).
Questa altra definizione proviene da questo indirizzo Internet
https://www.islamnet.it/glossario/D.htm: Derviscio (dal persiano "povero"): Nome indicante i membri
di un Ordine Islamico (tariqa) che vivono in povertà sotto la guida di uno
Sceicco (Capo) e cercano attraverso esercizi spirituali di ridurre al minimo le
funzioni corporee, per liberare l'anima da tutte le ristrettezze fisiche. Tra
le pratiche rientrano periodi di 40
giorni di meditazione, con digiuni e poche ore di sonno; presso alcuni Ordini
sono previsti anche l'ascolto di musica e dhikr,
una combinazione di preghiere e invocazioni ad Allāh attraverso il movimento
fisico. I Dervisci sono membri di Confraternite Musulmane.
Confraternita Musulmana. In somalo "Dariiqo".
In arabo "Tariqa" al singolare e "Turuq" al plurale. Letteralmente "Via" o "Sentiero", quindi affine al "Tao"
dei cinesi ed al "Dō" (o "Michi") dei giapponesi. Gli Ordini
Religiosi, famosi per il loro rigore morale – Publio SIRO disse al tal riguardo
che "integritatis fama est alterum
patrimonium", cioè che la fama di integrità è un secondo patrimonio (gli
Ordini Religiosi sono detti in arabo "Turuq"
al plurale e "Tariqa" al singolare;
letteralmente "via" o "sentiero", come il "Tao" dei cinesi che ha portato alla Religione Taoista) hanno
giocato un ruolo altamente significante nell'Islam della Somalia. La crescente
importanza di tali Confraternite e/o Arciconfraternite Islamiche è collegabile
allo sviluppo del Sufismo, una corrente mistica della Religione Musulmana che
nacque fra il nono ed il decimo secolo dell'Era Cristiana. I seguaci del
Sufismo, conosciuti normalmente come "Dervisci"
(dal persiano daraawish (plurale) o, al singolare singolare darwish)
ricercano un rapporto intimo con Dio attraverso speciali discipline spirituali
ed ascetiche tese a negare l'io, l'ego, anche per mezzo del non attaccamenteo
ai beni terreni, al non attaccamento al denaro, sterco di Satana, nome
etimologicamente derivante dal greco "Satàn"
(dall'ebraico "Sâtân", precisamente
dalla radice ebraica "stn", che
significa "essere nemico, osteggiare",
dall'arabo - lingua semitica come l'ebraico - "Suitan" o "Isshitan",
nemico, avversario, oppositore, accusatore). I Dervisci sono stati e sono un
poco come i Monaci itineranti del Medioevo Cristiano, i quali andavano in giro
nel mondo ad evangelizzare, sopravvivendo di elemosina, insegnando e praticando
le Cerimonie Sacre dette "Dikr" -
rimembranza (abbreviazione del nome integrale "Dikr Allah" (rimembranza di Dio; approfondibile a questo indirizzo
Web: https://i-cias.com/e.o/dhikr.htm) nelle quali sono provocati stati di
estasi visionaria a mezzo di canto di gruppo sacro (canto concernente testi
religiosi o dei nomi del Signore o sillabe sacre magiche) e da gesti ritmici,
danza e respirazione profonda. Lo scopo è quello di libeare sé stessi dalla
ingombrante presenza del corpo e di librare il proprio Spirito alla presenza di
Dio. I Sufi sono nemici di Mammona, come i Padri Francescani della Religione
Cristiana. Mammona. Dal greco "Mammônàs",
dal caldeo o siriaco "Mâmôn" o "Mammôn" = ebraico "Matmôn", aramaico "Mâmônâ",
"ricchezza e propriamente tesoro (sotterraneo), che è connesso al verbo "Tâman", nascondere, sotterrare. Nel
Nuovo Testamento è così detto il Dio delle Ricchezze (il Pluto dei Pagani) e
poi la ricchezza mondana, l'amore per il denaro. I Sufi usano praticare, come
già detto, il "suono di Dio" che è
quel che in Estremo Oriente viene detto "Mantra".
Diconsi mantra (m)talune formule
magiche, sacre, sacrificali o di invocazione alla Divinità che nelle Religioni
orientali vengono recitate ritmicamente. Essi hanno il potere –a seconda del tipo- di aiutare l'adepto
a superare problemi materiali e/o spirituali, a proteggere il suo corpo e/o il
suo spirito. Il termine viene dal sanscrito e vuol dire "strumento del pensiero, formula
propiziatoria", ma si tratta di "parole di potenza" che scatenano la forza vibrazionale del
suono, nella convinzione che la divinità sia pura energia che si manifesta
anche tramite le onde sonore. Loro essenza è la folgorazione, la
visualizzazione delle sillabe come raggi di luce che contengono poteri
miracolosi e che conducono alla coscienza viva della pienezza dell'IO assoluto
del Cosmo. Sono molto spesso formule segrete e nelle iniziazioni indiane e
tibetane prima, cinesi e giapponesi poi, vengono trasmesse soltanto dal Maestro
all'allievo. Esistono mantra(m) per risvegliare l'Illuminazione Spirituale (ad
esempio: "Ôm Vajrottishtha Hûm!")
oppure Mantra(m) apotropaici (il vocabolo greco "apotropaios" significa che allontana i mali che corrisponde
all'Averrunco latino che era il Dio allontanatore dei Mali). contro i demoni
oppure contro le disgrazie apportate; mantra (m) per accrescere la ricchezza
patrimoniale, per conservare o ristabilire la salute del corpo, mantra(m) "tuttofare" ergo "factotum" ("Ôm Mani Padme
Hûm!", apparso attorno all'anno 1000 dell'Era Cristiana, assieme al secondo
mantra più famoso in tutto l'Himalaya, "Ôm
Tare Tuttare Ture Sôha!", ove "Sôha!" rappresenta la lettura tibetana del bija
mantra(m) sanscrito "Svâhâ!" ), etc. Interessante al riguardo è il libro
dell'Orientalista John BLOFELD intitolato "I
Mantra, sacre parole di potenza" (Edizioni Mediterranee, Roma, 1982). Per
alcuni i Mantra (m) esplicano la loro efficacia perché la loro forza è incardinata
nella Fede della persona che li recita (prima tesi: la pronuncia errata è
irrilevante ai fini della riuscita della preghiera o del rito). Per altri,
invece, essi costituiscono le chiavi che debbono essere indirizzate verso le
serrature esatte per esternare la loro tremenda efficacia (seconda tesi: la non
corretta pronuncia o il rito imperfetto sono inefficaci e fanno conseguire il
fallimento dell'azione preposta. I Mantra (m) veri e propri, Estremo Orientali,
propri del Buddismo e dell'Induismo esoterico, vengono solitamente accoppiati
con i "Mudrâ" (sanscrito: "sigilli", in pâli "Muddâ", in sanscrito sinizzato, cioè letto alla cinese "Mu-Te-Lo", in cinese "Yin", in giapponese "In", in babilonese "Musarû", in persiano "Mudrâya") che sono gesti rituali e/o
ieratici che possiamo anche riscontrare nella Liturgia e nella Iconografia
Cristiana ed "âsana" (in sanscrito e
pâli: "postura/e meditativa/e") e "yantra", diagramma simbolico concepito
per la Meditazione
e proiettato nell'Arte dei "mandala"
(voce sanscrita; in tibetano "dkyil-kòr",
in giapponese "mandara"). Il Mandala
è una figura geometrica composta da quadrati e cerchi (non per nulla la parola
"cerchio" in sanscrito si dice per
l'appunto "Mandala") magici, rituali,
diagrammi mistici usati nelle invocazioni, che seguono una ripartizione
rigorosamente simmetrica imperniata su una punta centrale. I Mandala
simboleggiano sia la Vita
dell'Universo, sia la Via
che conduce al raggiungimento e superamento del Mondo.
Curiosità Culturali: cos'è il Sufismo
Sufismo. "Termine che denomina Scuole, Sette e Confraternite
dell'Islām, praticanti l'ascetismo e il misticismo, spesso perseguitate come
eretiche dai Teologi Musulmani; la
Loro "Via" è
costituita da una esperienza illuminativa che opera nel cuore e che per via del cuore (la pericolosa
autonomia del cuore rispetto le Leggi dei duri ed intolleranti Teologi),
attraverso gradi o "stazioni", eleva
la coscienza alla partecipazione del Divino, talora fino alla "identificazione". Şūfī (da "Şūf", pelo di cammello di cui era fatto
il mantello spesso da Loro indossato) furono detti già nel sec. VIII coloro che
si davano all'ascetismo. – omissis -
L'abito "Şūf" sarebbe stato
portato inizialmente a Cufa, per imitare, secondo alcuni,,l'abito di Gesù in
lana, a differenza di quello in cotone di Maometto." (estratto dalla "Enciclopedia Filosofica", VI volume
(Sousa-Zwingli), a cura del Centro di Studi Filosofici di Gallarate, edito
dalla G.C. Sansoni, 1967, pag. 258). Veggasi pure la seguente pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Sufismo Sul Sufismo in Somalia (in inglese), veggasi le seguenti pagine Web: https://majzooban.org/en/?p=6986 https://it.scribd.com/document/127191948/Sufism-in-Somaliland-a-Study-in-Tribal-Islam-I-by-I-M-lewis
Curiosità Culturali: cos'è la Tariqah Qadiriyyah
Tariqah Qadiriyyah (https://it.wikipedia.org/wiki/Qadiriyya). Questa Confraternita Islamica, che in testi quali "Guida dell'Africa Orientale Italiana",
Consociazione Turistica Italiana, Milano, 1938 (XVI), a pagina 91 è traslitterata
foneticamente come "Cadirìa" è molto
famosa in quanto, fra le varie cose, grazie allo Sheikh Uweys (morto nel 1909) ci fu un primo tentativo di fornire
alla lingua somala (non scritta poiché basata sulla Tradizione orale tipica dei
Popoli Nomadi) una base ortografica basata sulla lingua araba. Il nome Qâdirîya
deriva dal nome di 'Abd al-Qadir al Ðilânî https://it.wikipedia.org/wiki/Abd_al-Qadir_al-Gilani (Gilān 1077 – per altri 1078/1166
Baghdād). In origine Filologo e Giurista Hanbalita (https://it.wikipedia.org/wiki/Hanbalismo), la Sua popolarità come Insegnante
a Bagdad portò alla costruzione di un Ribât https://it.wikipedia.org/wiki/Rib%C4%81%E1%B9%AD (Santuario/Monastero) per Lui da parte di una
sottoscrizione pubblica, al di fuori delle porte della città. L'Ordine dei
Qadiriti è nel complesso il più tollerante e progressista, non molto distante
dalla Ortodossia, distinto per la Sua Filantropia, Pietà, Umiltà, e contrario
assolutamente al Fanatismo, sia esso Religioso o Politico. Si dice che abbia
avuto 49 figli, dei quali 11 continuarono la Sua Opera ed insieme ad
altri Discepoli diffusero il Suo Nobile Insegnamento Non Violento in altre
parti dell'Asia Occidentale e nell'Egitto. Il Capo dell'Ordine ed il Custode
della Tomba a Bagdad è tuttora un discendente diretto. Alla fine del XIX
secolo, c'era un gran numero di Congregazioni Provinciali che si estendevano
dal Marocco alle Indie Orientali, liberamente connesse all'Istituzione Centrale
di Bagdad che è visitata, ogni anno da grandissime folle di devoti pellegrini.
Sul libro di Enrico CERULLI intitolato "SOMALIA
scritti vari editi ed inediti – III – La Poesia dei Somali, la Tribù Somala, Lingua Somala in caratteri arabi ed
altri saggi" – Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale delle
Relazioni Culturali, Roma, 1964, a partire a pagina 167 si precisa che fin
dall'epoca coloniale, gli Adepti di questa Confraternita Islamica erano noti
per il Loro livello culturale elevato. Nel testo di Massimo COLUCCI, Giudice di
Tribunale intitolato "Principi di Diritto
Consuetudinario della Somalia Italiana Meridionale – I Gruppi Sociali – la Proprietà con dieci
Tavole Illustrative – sotto gli auspici del Governo della Somalia Italiana",
edito a Firenze, Soc. An. Editrice "La Voce", 1924)
leggiamo a pagina 80, nota nr. 1 quanto segue: "la Kadirìya", l'antica e grande Tariqa fondata da Abd-el-Kader El Geilàni, ebbe suo centro
in Brava e diffusione ad opera dello Scech Auès bin Schech Mohamed ben Makhàd
Bescir, il quale fondò giamìe a Biolè presso Tigieglò ed a Belèd Amin presso
Afgoi; ha seguaci fra gli Abgâl, gli Scidle ed i Rahàn-wîn, ed è spesso in
contrasto con i Salehìya che vanno ormai prevalendo in numero e per
l'organizzazione." La
Qâdirîya venne introdotta in Harer (Etiopia) nel XV secolo.
Durinte il XVIII secolo, si sviluppò fra gli Oromo (https://it.wikipedia.org/wiki/Oromo) ed i Somali dell'Etiopia,
talvolta sotto la guida/leadership degli Sceicchi Somali. Il più famoso
Protettore della Confraternità nel Nord della Somalia fu lo Shaykh Abd ar
Rahman az Zeilawi (https://en.wikipedia.org/wiki/Abd_al-Rahman_al-Zayla%27i https://www.somaliaonline.com/community/topic/3615-shaykh-abd-al-rahman-bin-ahmad-al-zayla39i/), che morì nel 1883.
Nella "Enciclopedia Filosofica",
VI volume (Sousa-Zwingli), a cura del Centro di Studi Filosofici di Gallarate,
edito dalla G.C. Sansoni, 1967, leggiamo, a pagina 258 (voce "Sufismo") che "la Sua vita, circonfusa di leggenda, lo fa considerare il S. Francesco
dell'Islām".
Curiosità Culturali: cos'è un Califfo
Califfo. Dall'arabo "Khalîfah" a sua volta derivato da "Khalafa" (corrispondente al latino "succedere in locum" degli antichi Romani): Luogotenente,
Successore, Vicario. Per i Sunniti – veggasi, su Internet, questa pagina https://it.wikipedia.org/wiki/Sunniti
- la carica di Califfo doveva essere riservata al parente più prossimo del
Profeta, discendente in linea maschile dalla stirpe dei Qurays https://it.wikipedia.org/wiki/Quraysh (Coreisciti
oppure Quraishiti). In latino "Călīpha, Califa, Chalipha, Chalifa", in spagnolo/castigliano, galiziano/gallego, aragonese, catalano e
portoghese "Califa", in
magiaro/ungherese "Kalifa", in
francese "Calife", in tedesco,
norvegese, svedese e polacco "Kalif",
in lituano "Kalifas", in olandese "Kalief", in ceco "Chalífa". Dapprima il Califfo fu detto anche Sultano o "Mālik" (Re) poi si fecero delle
distinzioni. Un senza meno eccezionale studio sui Califfati ed i Sultanati ci
viene dalla egregia opera del Prof. Dott. Antonio D'EMILIA, autore del saggio
intitolato "Osservazioni critiche intorno alla natura del
Califfato e del Sultanato", Giuffre
Editore, 19.. ?, pagine 150-170 Estratto dalla "Raccolta di scritti in Onore di Arturo Carlo JEMOLO", Volume Quarto
reperibile presso la
Biblioteca di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" dell'Università degli Studi di Firenze – e presso la Biblioteca Comunale
Classense di Ravenna. Per un ulteriore approfondimento veggasi su Internet questa
pagina https://it.wikipedia.org/wiki/Califfo
Curiosità Culturali: cos'è un Sultano
Sultano. In francese Sultan e più anticamente Soudan,
in spagnolo Soldan, in portoghese Soldào. In latino Sultanus, dal caldeo Sholtân, in arabo Sultân, in somalo Soldaan
oppure Suldaan, etimologicamente
significante "forza, potenza e, quindi,
per estensione, Dominatore, Sovrano". Titolo di Sovrani Orientali,
conferito per la prima volta nell'875 dal Califfo al-Mu'tamid al fratello
al-Muwaffaq; usato in seguito dai Gasnavidi e Selgiuchidi come Titolo inferiore
a quello di Califfo. Furono chiamati Sultani il Saladino (nome originale in arabo Şalāh ad-dīn, che significa "Prosperità nella
Religione", Takrit 1138 - Damasco 1193). Sultano d'Egitto
(1171-1193) e di Siria (1174-1193), Fondatore della dinastia degli Ayyubiti. Di
stirpe curda, fu al servizio dell'Atabeg
di Aleppo Nur ad-Din. Recatosi in Egitto, fu nominato Visir (Ministro)
dal Califfo Fatimide al-Adid e subito rivelò eccezionali qualità
amministrative, politiche e militari. Alla morte di al-Adid si proclamò Sultano d'Egitto riportando il Paese all'Ortodossia
Sunnita. Combatté incessantemente i Crociati estendendo il suo domino
dall'Egitto alla Palestina, alla Siria Centrale e allo Yemen. Strappata
Gerusalemme ai Crociati con la
Battaglia di Hattin del 1187, fronteggiò la Terza Crociata
cercando soprattutto di spezzare l'assedio Cristiano attorno a San Giovanni
d'Acri, (anticamente chiamata Tolemaide. In ebraico "Akko", in arabo "Akka". Venne
alternativamente conquistata da Cristiani e Musulmani. Nel 1104 venne presa dai
Franchi di Baldovino I, mentre nel 1187 venne riconquistata dal Saladino. Nel
1191, dopo un assedio durato ben due anni ricadde in mano Cristiana fino a
quando venne ripresa definitivamente dai Saraceni nel 1291. Si trattava di una
piazza particolarmente importante anche per l'Ordine Templare, vuoi per il
porto, vuoi perché dopo la caduta di Gerusalemme, i Cavalieri del Tempio vi
impiantarono il Loro Quartiere Generale) ma senza riuscirvi. Ottenne nel 1192 una Pace Onorevole che gli riconobbe il possesso di
Gerusalemme e di tutta la
Palestina interna lasciando ai Crociati il controllo del
litorale. I Suoi domini andarono divisi tra il fratello al-Adil e tre suoi
figli. La sua figura di Cavaliere magnanimo e tollerante godette di enorme fama
in oriente e in occidente (fonte web: https://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_ant/s/s007.htm).
Il così detto "feroce Saladino",
ad esempio, contemporaneo di San Francesco d'Assisi e di poco anteriore a
Messer Marco POLO, diversamente dal Suo contendente Riccardo Cuor di Leone, con
il quale, dopo aver riconquistato Gerusalemme, concluse un evento di pace,
doveva essere senza dubbio un personaggio di elevata e raffinata cultura, oltre
che un Capo carismatico che riuscì a coagulare intorno a sé tutto il Mondo
Islamico, da molto tempo in lotta con il Mondo Occidentale e Cristiano) e vari
successori - il cui Titolo Ufficiale era "Malik", https://it.wikipedia.org/wiki/Malik_(nome) Re), i Monarchi Mamelucchi d'Egitto (in
arabo "mamluk" significa schiavo. I
Leader della Dinastia che a partire dal 1252
e fino al VI secolo imposero il proprio dominio in Egitto abbattendovi la Dinastia degli Ayyubiti. Vinti
dai Turchi, mantennero in parte il Loro Potere, finché furono sconfitti da
Napoleone Bonaparte nel 1793 ed
infine dispersi ed uccisi dal Viceré turco Mohammed Ali, al Cairo, nel 1811) ed i Principi di Dinastie indipendenti dell'Africa
Settentrionale. Esempio più famoso di Sultano è il Sultano Ottomano
(sull'Impero Ottomano veggasi la u.r.l.: https://it.wikipedia.org/wiki/Ottomani),
fino all'abolizione del Titolo nel 1924. Fino a qualche tempo fa il Re del
Marocco si chiamava Sultano del Marocco (fino al 1961). Il Re, in Marocco è insieme Capo dello
Stato e Capo Religioso, «Protettore – o
Principe o Comandante - dei Credenti» ("Amir al-Mouminin/Amir al Mu'minin"). Il Sovrano felicemente
regnante, figlio del compianto HANNAN II, Mohammed VI è il 18° Monarca della
Dinastia Alaouita che occupa il Trono del
Marocco dalla metà del sec. XVII, e il 36° discendente diretto del Profeta
Maometto. In quanto tale il Re è anche il Capo Religioso del Paese. In
Giordania la Dinastia
regnante, Hashemita/Hascemita si rifà ai Banu Hashim, o Clan degli Hashem, un Clan posto all'interno della Tribù dei
Coreisciti e discendente dal Bisnonno di Maometto. Veggasi, su Internet, questa
u.r.l.: https://en.wikipedia.org/wiki/Hashemite . Tanto i
Sovrani Giordani, quanto quelli Marocchini quanto gli ex (ora in Esilio dopo la
presa di potere da parte del Colonnello GHEDDAFI al secolo Muammar Abu Minyar al-Qaddafi, in
arabo معمر القذافي Mu`ammar al-Qadhdhāfī, meglio noto in
Italia con la grafia Muammar Gheddafi) di Libia, discendono dal Profeta Maometto. Attualmente
hanno il Titolo di Sultano Sovrani minori in Africa, India e Penisola Araba. Il
territorio posto sotto la
Giurisdizione e la Sovranità di un Sultano è detto Sultanato.
Curiosità Culturali: il Velo Islamico
Il
discorso sul Velo Islamico è pure importante non soltanto perché considerato un
obbligo, un dovere irrinunciabile (in arabo "fard") ma perché riguarda da vicino tre cose molto importanti della
vita, della esistenza umana:
- il
sesso;
- la
Religione;
- la
politica.
L'origine del velo, coprente la donna,
soprattutto nei capelli, spalle e mammelle, anzitutto non è Arabo Islamica ma
Ebraica. Sono stati gli Ebrei a istituire questo Costume, proprio delle
Donne Nobili o comunque relativo alla Sacralità del Matrimonio poi preso nel
Mondo Giudaico Cristiano (questo ultimo lo usa ancora nel giorno del Matrimonio
e per le Suore e per le Monache, alcune delle quali appartengono a taluni
Ordini i quali impongono loro come divisa, come uniforme, una sorta di
scafandri tessili occultanti tutto il corpo salvo il minimo del viso e le mani,
per evidenziare la spiritualità) e Musulmano. L'uso generalizzato del velo fu
certamente un'influenza Bizantina e Romana, dove l'abitudine a coprirsi il capo
era tipica delle donne aristocratiche (Prof. Dott. Silvia Scaranari (il
Domenicale. Settimanale di cultura, 25 dicembre 2004).
Per molti il Burqa, il Niqāb ed anche
il Chador (che possono essere visionati a questo sito Internet: https://www.salaficlothing.com)
sono un palese segno di oppressione culturale e/o fisica ed un mezzo di
oppressione contro le donne, una maniera per porle al margine estremo della
Società rendendole di fatto anonime e non visibili, prive di Diritti e
segregate. Per altri, il Velo è uno strumento utile a non far posare lo sguardo
sul viso e sul corpo della donna, spesso reificata, reso oggetto, oggetto del
desiderio e del piacere maschile, uno scudo contro indecenti sguardi lascivi e
protezione quindi contro potenziali stupratori. In tal senso è un riparo.
Insomma, sul velo le idee sono discordi:
"Vietare il Velo Islamico
vuol dire imporre una ideologia imperialista occidentale. Le Suore che cosa hanno in testa?",
queste le parole di Giuliano
Amato a proposito del Velo Islamico. Secondo Francesco
Storace: "Amato è
incredibile: è offensivo
mettere sullo stesso piano Suore che hanno fatto una scelta di vita coraggiosa
e di sacrificio e bambine che indossano il velo a scuola perchè glielo impone
il fanatismo religioso-ideologico
di mamma e papà". (Fonte Web: https://notizie.virgilio.it/cronaca/velo_islamico_uguale_suore.html).
Entro nella Bibbia[1] (Nuovo
Testamento) versione Cattolica approvata dalla C.E.I. (Conferenza Episcopale
Italiana[2]), da Corinzi 11 (3-10) è possibile leggere, a quanto ci è
stato riferito cose del genere:
«Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l'uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con
il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o
profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo
stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si
tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o
radersi, allora si copra. L'uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è
immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell'uomo. E infatti non l'uomo
deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l'uomo fu creato per la donna, ma
la donna per l'uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della
sua dipendenza a motivo degli Angeli.»
Circa il volto coperto, sempre nel Nuovo
Testamento della Bibbia leggiamo quanto segue alla Prima Lettera ai Corinzi 11, 5 e 15 (Epistola di San Paolo):
«Ogni donna che
prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo,
poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi
il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i
capelli o radersi, allora si copra."
……."... la chioma le è stata data a
guisa di velo.»
«Ambrogio (Dottore della
Chiesa, III sec. d.C.) dice:
"Le donne devono coprire le loro teste perché non sono ad immagine di
Dio. Devono fare questo come segno della loro soggezione all'autorità e perché
il peccato è venuto nel mondo attraverso loro. Le loro teste devono essere
coperte in chiesa in onore del Vescovo. Similmente non hanno l'autorità di
parlare perché il Vescovo è l'incarnazione di Cristo"... Marcellina,
sorella di Sant'Ambrogio, si consacrò a Dio prendendo il velo delle vergini
(Decretum Gratiani[1]
(1140) – Fonte Web: https://www.utopia.it/allegati/096_velo_islam.htm#o227r).
NON SOLO. Sempre in ambito
Cristiano Clemente Alessadrino[2]
(morto prima del 215), citato dalla Chiarissima Scrittrice, Teologa e Storica
delle Religioni Prof.ssa Dott.ssa Uta RANKE-HEINEMANN[3],
figlia dell'ex Presidente della Repubblica Federale Tedesca Gustav
Heinemann, nel Suo
libro "Eunuchi[4] per il Regno dei Cieli" a
pagina 124, statuiva chiaramente che la donna dovesse essere velata:
"La donna deve in ogni circostanza essere velata, a meno che non sia in
casa per il fatto che si vela il volto non trascinerà nessuno al peccato[1]. Questo è in effetti ciò che vuole il
Logos: perché (secondo Lui) conviene che ella preghi velata" (Pedagogus,
III, 79, 4).
Il
Codice di Diritto Canonico della Chiesa Cristiana di Rito Cattolico Apostolico
Romano, pubblicato nel 1917, obbligava le donne a coprirsi la testa nei locali
della Chiesa, in particolar modo al momento della Santa Comunione (Canone 1262,
Par. 2). Se oggi non si vedono molte donne Cattoliche col capo velato (salvo
visite al Santo Padre o Matrimonio Religioso in Chiesa), fino alle fine degli
anni 60 in Italia era la Regola e le donne di buona famiglia uscivano di casa
col volto semicoperto da un Foulard. Se ne deduce che nelle
antiche Religioni Semitiche[1], la donna doveva sottomissione
all'uomo. Nel testo intitolato "Sesso e
castità, storia dei costumi amorosi", a cura di Cristina Leed, Sedim
Editrice, Milano, prima edizione gennaio 1969, leggiamo alle pagine 27 e 28
quanto segue:
"Ad ogni modo la Chiesa codificava con molta meticolosità il comportamento
umano nella sfera sessuale e il più antico documento a proposito è quello attribuito a Papa Clemente, eletto l'anno 67, nel quale vengono
indicate le regole che le donne Cristiane dovevano seguire per distinguersi
dalle idolatre:
"Se
tu vuoi essere fedele al tuo sposo divino e se brami piacergli, copriti il capo
nel passare per le strade, velati la fronte per fuggire gli sguardi degli
indiscreti, non imbellettarti il volto che Dio ti ha fatto ma cammina con gli
occhi bassi, rimani sempre velata come impone la decenza alle donne. E ricorda inoltre che
è proibito ai due sessi di bagnarsi allo stesso bagno:è là specialmente che il
diavole tende le sue reti.
Una
donna non andrà quindi al bagno che con altre donne. Ella si laverà con
modestia, con pudore, con moderazione, mai inutilmente, mai troppo spesso, mai
a mezzogiorno, anzi, se è possibile, non tutti i giorni".
Il
velo (in arabo "Hijāb" dal
verbo "Hajaba", significante
nascondere allo sguardo, celare) è Legge[1] del Dio Monoteista[2].
Le
donne israelitiche portavano il velo il giorno delle nozze. Fino a qualche
tempo, si usava anche qui in Italia. In Chiesa era obbligatorio per gli uomini
avere il capo scoperto e per le donne avere il capo coperto (ed oltretutto gli
uomini stavano da una parte e le donne dall'altra), Legge Religiosa Cattolica
Apostolica Romana poi divenuta pratica meno rigida ma consuetudinaria.
L'usanza
del velo non era praticata solo in Chiesa ed ancora oggi qualche signora
anziana, usa portarlo soprattutto se proveniente da contesti sociali non
cittadini, campagne, montagne, eccetera.
Ricordiamo soprattutto l'immagine stereotipata dalla donna anziana
meridionale di qualche decennio fa, donna ad esempio siciliana, nero vestita e
col Foulard, nero pure ricoprente la testa (non è forse un retaggio
della Cultura Arabo Musulmana entrata in Sicilia all'epoca di Carlo Magno? Chi
sa che l'atto di baciare le mani, considerato tipico della Sicilia, in realtà è
originario dell'ambito Culturale Arabo, soprattutto del Nord Africa?).
Pensiamo ad
esempio che fino a 60/70 anni fa era impensabile per una donna andare in chiesa
senza coprirsi i capelli e l'eventuale scollatura con uno scialle[3]
o perlomeno con un foulard, o anche
solo a indossare gonne sopra il ginocchio (e comunque il divieto per le donne
ad entrare in Chiesa poco coperte lo si può leggere ancora oggi assieme al
divieto di fare fotografie, nei principali luoghi di Culto Romano).
Rammentiamo
che la stessa situazione delle donne nero vestite e con il capo coperto da
foulard o scialli neri, era e talvolta è ancora presente in contesti Cristiani
molto tradizionalisti, come quello Ortodosso Greco. Sul Velo Islamico sono
sorte vere e proprie guerre, in quanto sono in molti a vederlo come un qualcosa
che viola i Diritti Fondamentali delle Donne, oltre che sembrerebbe, a molti
Occidentali, essere un segnale allarmante, la prova che l'Integralismo è qui da noi, ma dovrebbe essere chiaro a tutti che esiste una bella differenza tra un Foulard ed un Burqa.
Il Velo, in sé per sé, oltre a costituire un segno sociale, antropologico
culturale ed antropologico religioso esteriore, simbolico di castità e
sacralità della castità, barriera contro avances
di altri uomini alla ricerca di rapporti adulterini, potrebbe, per assurdo,
costituire un indice di libertà, di autodeterminazione, di rivendicazione delle
proprie radici culturali e religiose per il solo fatto che potrebbe rientrare
nell'ambito della libertà di pensiero e di opinione, per la donna che potrebbe
decidere di usarlo o meno in tal senso il velo è una scelta di libertà, di
pudicizia, di morale, di rispetto per il proprio marito e per la propria Famiglia. Nascondere
significa valorizzare, tesaurizzare ed enfatizzare ciò che non si vede,
renderlo la cosa preziosa riservata in modo totale ed sclusivo al solo uomo
amato e sposato. Così ovviamente non è se vi sono concrete violenze,
coercizioni, condizionamenti psicologici e sociologici. Se il Velo è
portato per scelta personale, senza imposizioni, senza questi condizionamenti
maschili e femminili, familiari e societari, potrebbe essere un rivendicare
l'appartenzenza ad un Gruppo, come per l'americano o il canadese con origini
scozzesi o irlandesi che nelle giornate di festa indossa il Kilt[1],
suonando magari la cornamusa[2],
fiero delle proprie radici etniche e culturali o come per quelle persone di colore
che a Roma indossano i Loro
abiti etnici africani, non perché non ne abbiano di occidentali, ma per
fierezza del Loro appartenere ad una Comunità con una Storia ed una Cultura ben definita
(veggasi il Velo indossato dalle donne algerine per protesta e come
rivendicazione delle proprie radici culturali e religiose contro gli occupanti
francesi). Secondo molte Donne Musulmane da anni residenti in Italia, la
maggioranza delle donne Musulmane VUOLE portare il Velo, seppure in forma
mitigata di Foulard, poiché non
concepirebbero mai di girare senza, onde evitare la pubblica riprovazione.
[1]
Kilt. Gonnellino pieghettato a quadri di
vari colori, tipico del costume tradizionale storico scozzese, costruito con
una stoffa diversa da Clan a Clan. Tale stoffa è detta Tartan. Veggasi, per maggiori informazioni, la seguente pagina Web:
https://it.wikipedia.org/wiki/Kilt
[2]
Cornamusa. Dal francese "Cornemuse".
In inglese Pipe, Bag Pipe. Strumento a
fiato tipico delle Popolazioni Irlandesi e Scozzesi, proprio della Cultura
Celtica. Veggasi, per maggiori informazioni, la
seguente pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Cornamusa
[1]
Legge. In latino "Lex". In rumeno e sardo "Lege", in
provenzale "Leys", in francese "Loi", in catalano "Lleg", in spagnolo/castigliano e portoghese "Ley", dal latino "Legem"
che si volle dalla stessa radice latina di "Ligàre",
cioè legare, poiché obbliga. In inglese "Law",
in olandese "Wet", in tedesco "Gesetz". Regola stabilita dall'Autorità
Divina o da quella Umana obbligante gli uomini ad alcune cose e vietante agli
stessi altre cose, ai fini della Pubblica Utilità. Veggasi, per
maggiori informazioni, la seguente pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Legge
[2]
Monoteista. Che si rifà, ovvero relativa al Monoteismo. Veggasi, per maggiori
informazioni, questa pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Monoteismo
[3] Scialle. Deriva dal
persiano "Shāl" (in francese "Châle", in spagnolo/castigliano "Chal", in tedesco "Schal", in inglese "Shawl". La moda venne imposta da
Napoleone Bonaparte che di ritorno dalla Campagna d'Egitto portò in dona alla
Sua Giuseppina un preziosissimo scialle di Kashmir. Veggasi, per maggiori informazioni, la seguente pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Scialle
[1] Le Religioni
dei Popoli Semiti: Assiro-Babilonesi, Aramei, Cananei (Fenici, Ebrei, Ammoniti,
Moabiti, Edomiti), Arabi ed Etiopi.
[1] Peccato. In latino "Peccatum",
in francese "Péché", in tedesco "Sünde", in danese e norvegese "Synd", in inglese "Sin",
in spagnolo/castigliano, portoghese e gallego/galiziano "Pecado", in catalano "Pecat",
in romeno "Păcat". Un qualcosa che si è errato, fallito, mancato; un
vizio, un difetto, una macchia, un atto contrario al volere di Dio. Circa la "macchia", infatti sinonimo di Peccato è
Pècca, in provenzale "Pecca", in
antico francese "Pec", in
spagnolo/castigliano "Peca", in
portoghese "Pecha", cioè Macchia (da
cui anche l'italiano "avere una Pecca"). E' una voce a noi giunta dalla Provenza e
derivante da "Peccàre", cadere in
fallo. Il Verbo italiano "Peccàre",
deriva dal latino "Peccàre", di
origine ignota; in francese "Pécher",
in provenzale e portoghese "Peccar",
in spagnolo/castigliano "Pecar". Circa il Peccato nella Religione Musulmana si
sappia quanto segue: Wabisha ben Mabad racconta: "Un giorno giunsi al cospetto del Profeta
Maometto. Egli indovinò che ero venuto a chiederGli: che cos'è la virtù? E
rispose: interroga il Tuo cuore; la virtù è ciò per cui
l'anima si placa ed il cuore si placa; il peccato è ciò che infonde
inquietudine nell'anima e si agita nel petto,
qualunque sia l'opinione che ne possano avere gli uomini". Qual' è la
migliore specie di Islām? Allora il
Profeta rispose: "Il miglior genere di Islàm è quando Tu dai da mangiare agli
affamati e diffondi la Pace fra amici e sconosciuti (cioè in tutto il mondo)". I termini Arabo Musulmani che stanno a
significare il Peccato sono di norma cinque, e la Religione Islamica divide
comunque i Peccati i due categorie, grandi e piccoli. Seneca affermò che "Il conoscere il peccato è principio di salvezza" ("Initium est salutis notizia peccati",
Epist., 28). Secondo la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni
"Nella Bibbia leggiamo che "non v'è sulla Terra alcun uomo
giusto che faccia il Bene e non pecchi mai" (Ecclesiaste, 7:20). "Colui dunque che sa fare il Bene,
e non lo fa, commette Peccato (Giacomo 4:17). Giovanni descrisse il Peccato
come "Ogni iniquità (1 Giovanni 5:17)
e "Una
violazione della Legge" (1 Giovanni 3:4)". Dal momento che tutti siamo Peccatori, chi più chi
meno, chi più per certe pecche, chi meno per altre, è ovvio che non si possa
considerare chi pecca come un appestato, anche perché anche in un Peccatore può
albergare un sentimento positivo. Nella città di Vesali (pronuncia Pāli della Città indiana nota come Vaiśālī, nell'odierno Bihar. Veggasi, per
maggiori informazioni, la seguente
pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Vaishali), il Fondatore del Buddismo, il Budda, accettò l'invito della famosa
cortigiana Anbapali, che poi donò il proprio parco all'Ordine Monastico. A tal
riguardo si ricordi pure che lo Gesù, in casa del Fariseo (secondo l'autorevole Wikipedia: "La corrente dei Farisei
costituisce, probabilmente, il gruppo religioso più significativo all'interno
dell'Ebraismo nel periodo che va dalla fine del II secolo a.C. all'anno 70 d.C.
ed oltre. Essi, in vari momenti, si identificavano come un partito politico, un
movimento sociale ed una scuola di pensiero, a cominciare dal periodo del
Secondo Tempio fino alla rivolta dei Maccabei contro il Regno Seleucide".
Veggasi, per maggiori informazioni, la seguente pagina Web:
https://it.wikipedia.org/wiki/Farisei) non
disdegna il balsamo offertogli da una Peccatrice (Luca, VII, 36-50). Veggasi
pure, per maggiori informazioni le seguenti pagine Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Peccato https://christuscastitas.altervista.org/effetti_peccato_impuro_anima.htm https://www.albatrus.org/italian/teologia/peccato/non_posse_non_peccare%20.htm
La Sacra Scrittura ci da una indicazione quando
il Peccato apparve nella creazione di Dio. La Bibbia ci insegna:
"Chiunque commette il peccato è dal
Diavolo, perché il Diavolo pecca dal principio; per questo è stato manifestato
il Figlio di Dio: per distruggere le opere del Diavolo." (1Gi 3:8) Dunque il peccato fu trovato prima in
Satana: "15 Tu eri perfetto nelle tue vie dal giorno in cui fosti creato,
finché non si trovò in te la perversità. 16 Per l'abbondanza del tuo commercio,
ti sei riempito di violenza e hai peccato; perciò ti ho scacciato come un
profano dal monte di DIO e ti ho distrutto o cherubino protettore di mezzo alle
pietre di fuoco." (Eze
28:15-16).Veggasi, per maggiori informazioni la seguente pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Peccato
[1]
Decretum Gratiani. Veggasi, per maggiori
informazioni, la seguente pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Decretum
[2] Tito Flavio Clemente. Più conosciuto sotto il nome di Clemente Alessandrino, Teologo,
Filosofo,
Apologeta
e Scrittore Cristiano issuto nel II secolo
(150 ca. - 215 ca.). Veggasi, per
maggiori informazioni, la seguente pagina Web:
https://it.wikipedia.org/wiki/Clemente_Alessandrino
[3] Uta
Ranke-Heinemann. Secondo l'autorevole Wikipedia: "Uta Ranke-Heinemann (Essen, 2 ottobre 1927 – Essen, 25 marzo 2021) è stata una Scrittrice, Teologa e Storica delle Religioni tedesca. Nata Uta Heinemann, era figlia dell'ex Presidente della Repubblica Federale Tedesca Gustav Heinemann; sposò l'insegnante Edmund Ranke, di cui assunse il cognome anteponendolo al proprio". Veggasi, su Internet, per maggiori approfondimenti, la
seguente pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Uta_Ranke-Heinemann
[4]
Eunuco. In ebraico "Sārís",
in greco "Eunoûchos",
in arabo "Khāsī".
Veggasi, su Internet, per maggiori approfondimenti, la seguente pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Eunuco
[1]
Bibbia. Uno fra i libri sacri più conosciuto ed il libro in genere più
tradotto e letto al Mondo, comune sia all'Ebraismo che al Cristianesimo. In
latino, polacco, romeno, aragonese, gallego/galiziano, asturiano e
spagnolo/castigliano "Biblia", in
portoghese, catalano ed occitano "Bíblia",
in albanese "Bibla", in inglese e
francese (con differente pronuncia) "Bible",
in tedesco "Bibel", in danese "Bibelen", in svedese "Bibeln". Sulla Rivista Religiosa
Cristiana "Svegliatevi!" del dicembre
2011 è stata dedicata la copertina e lo studio approfondito proprio alla
Bibbia. Due notizie in sunto. Venne tradotta dal latino nel 1380 da Wycliffe.
Nel 1455 Gutenberg realizzò la prima Bibbia stampata. Nel 1471 venne tradotta in
Italiano da Nicolò Malerbi. Nel 1938 venne stampata in più di 1000 Lingue e nel
2011 venne stampata in più di 2500 Lingue.
Veggasi, per maggiori informazioni, questa pagina Web:
https://it.wikipedia.org/wiki/bibbia
[2] Conferenza Episcopale Italiana. Veggasi, per maggiori
informazioni, la seguente pagina Web:
https://wikipedia.kataweb.it/wiki/Conferenza_episcopale_italiana
Curiosità Culturali: cos'è il Chador
Chador. Voce di
origine persiana (dal persiano Chadar). In origine era un velo di colore nero,
occultante tutto il corpo della donna, tuttavia durante la Dinastia dei
Safavidi[1]
(16, 18° secolo), era più spesso di colore bianco, segno questo di una
attenuazione della peccaminosità, essendo in Medio ed Estremo Oriente il bianco
colore del Sacro e del lutto. Al giorno d'Oggi si vedono donne immigrate indossare Chador
anche di altri colori. Come scrisse il Chiarissimo Prof. Dr. Comm. Daniele
Agnoli, ex
Provveditore agli Studi di Bolzano, Direttore e Redattore di "Naturismo, rivista naturista e umanitaria", sul numero 1-2 dicembre 1998, Anno 27 di
tale Rivista (articolo intitolato "Il velo, il chador, il costume da bagno
e… lapelle nuda": "Il Chador è di
origine antica, ma posteriore sembra all'Ebraismo, e non è certamente una
prerogativa della Persia antica e di quello che doveva diventare l'Islām. È
anzi pensabile una stretta parentela con il velo ebraico giudaico pre e proto
cristiano". Secondo la
Professoressa Fadwa El Guindi, l'origine del Chador è da riscontrarsi nella
antica Mesopotamia.
Una Legge della Mesopotamia Assira del XII secolo avanti Cristo rendeva
obbligatorio il velo all'esterno ad ogni donna sposata e tale prescrizione
vigeva anche nella antica Grecia, tanto è vero che Elena, moglie del Re di
Sparta Menelao, si velava per uscire di casa (fonte: Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Hijab).
Veggasi, su Internet, per maggiori approfondimenti, la seguente pagina Web:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chador
[1] Dinastia Safavide. Fu con questa Dinastia che l'Islām di
rito Shiita si stabilì in Persia (odierno Iran). I Safavidi erano inizialmente
un Ordine Mistico proprio del Sufismo. Circa il rito Shiita, il termine Sciita
viene dall'arabo "Shī'ah" oppure
"Shī'at 'Alī",
letteralmente Fazione, Partito (di Alì). Vengono chiamati Sciiti i seguaci di
Alì (601-661, Califfo dal 656) Cugino e Genero del Profeta Maometto e la
discendenza dal Suo Matrimonio con la figlia di Maometto, Fātima. I primi tre
Califfi (legittimi successori di Maometto nella Guida dell'Islām) "ben diretti", riconosciuti dai Sunniti,
vengono dagli Sciiti considerati degli usurpatori. Gli Sciiti, considerati
eretici dai Sunniti, sono diffusi soprattutto nell'Iran. Gli Sciiti definiscono
sé stessi detta Imamiti, Duodecimani o, in arabo, Ithna'ashariyya. Per
un approfondimento, veggasi, su Internet, questa pagina, https://it.wikipedia.org/wiki/Sciiti
. Il termine Sufismo viene dall'arabo "tasawwuf",da "sûf" che significa "veste di
lana". Trattasi del Misticismo Islamico risalente ai secoli VII-VIII e
consistente nella ricerca di un cammino spirituale verso Allāh (Dio). Questa
Via Religiosa è stata anticamente definita come la "Scienza
dell'Interiore" ('ilm al-bâtin) e la "Scienza della Realtà Essenziale" ('ilm al-haqîqa).
Curiosità Culturali: cos'è l'Hijāb
Hijāb o Hijab. Il termine deriva dal verbo "Hajaba" che significa sottrarre alle
vista, nascondere, dissimulare. In certi contesti, a seconda dello stile e del luogo può essere chiamato
anche "Shaylah" oppure "Tarhah".Veggasi, su Internet, per
maggiori approfondimenti, le seguenti pagine Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Hijab https://www.focus.it/cultura/curiosita/hijab-niqab-e-burka-le-differenze-tra-i-veli-delle-donne-musulmane
Curiosità Culturali: cos'è il Dhikr
Dikr,
Dhikr. Letteralmente significa in arabo "Ricordo,
rimembranza" e deriva dal verbo "Dhakara"
per l'appunto ricordarsi, sovvenirsi. Secondo l'autorevole Wikipedia: "Il Dhikr (ذکر in arabo, Zekr in
persiano e Zikr in urdu)
è un atto devozionale con cui, nella Cultura Islamica, si intende la pratica
del ricordo di Allāh attraverso la ripetizione di una determinata formula in maniera
silente o udibile. Nel Corano si trovano vari riferimenti a quest'atto
devozionale, fra i quali:
- O voi che credete,
ricordate spesso il Nome di Allāh.
- In verità, i cuori si
rasserenano al Ricordo di Allāh.
- Non siate come coloro
che dimenticano Allāh e cui Allāh fece dimenticare se stessi.
- Ricordatevi dunque di
Me e Io Mi ricorderò di voi, siateMi riconoscenti e non rinnegateMi.
Nel Sufismo, ogni corrente ha peculiarità proprie ma
vi sono uniformità tra i vari modi di praticare il dhikr, spesso le differenze
dipendono anche dalla classe sociale e dall'istruzione dei partecipanti, o dei
membri della Confraternita, nelle classi più popolari di allevatori curdi nella
Siria del Nord, per esempio è possibile che durante le cerimonie ci si infligga
dei supplizi corporei, ma questa non è assolutamente la regola. Le classi alte
della borghesia e del commercio possono esprimere sensibilità ed estetiche più
raffinate, con l'uso virtuosistico della musica per esempio. In comune i Dhikr
hanno l'abbandono simile ad una estasi, differente dalla
"trance" in cui il soggetto perde coscienza e si ritrova in uno stato
di passività, generato dal ripetere incessante di versetti sacri, del nome di
Dio, dall'uso di musica ripetitiva e incessante. Il Dhikr ha affinità
con la forma di preghiera esicasta conosciuta nel Cristianesimo principalmente Ortodosso e risale alle forme di preghiera
praticate dai Padri della Chiesa nei primi secoli dopo Cristo. Come ricorda il Patriarca di
Costantinopoli anche la ripetizione incessante di una semplice frase
come «kyrie eleison, kyrie eleison..» (Signore, pietà) svolta nella
tranquillità, è una preghiera il cui senso non è nelle parole, ma nel modo e
nel sentimento. Questa tecnica è simile a quella dei mantra del Buddhismo, Giainismo, Induismo e Sikhismo. Sono Dhikr, anche se compiuti
come esibizioni pubbliche, le danze dei Dervisci ruotanti. La danza è uno dei
modi per raggiungere l'abbandono e quindi per pregare Dio. La pratica
del Dhikr include forme di danza sul posto, accompagnate da poesia
religiosa cantata e dal suono di tamburi e, a volte, flauti per creare uno stato
di tensione religiosa devozionale. Questa danza è conosciuta col nome di Dhikr
as-sadr, "ricordo nel petto", nel corso della quale il nome di
Allāh, ridotto alla sillaba hu, viene salmodiato. La sillaba hu
deriva dal nominativo Allahu e corrisponde anche alla forma breve di huwa,
Egli, cioè Dio stesso. Alla fine, nome e invocazione si riducono alla semplice
respirazione, che rappresenta sia il nome divino nella sua forma più pura (il
soffio della vita) che il processo cosmologico della creazione (il soffio che
dà vita) e il suo contrario: il riassorbimento della creazione in Dio. Perciò
il Dhikr as-sadr simboleggia il ritorno delle creature all'Essenza Divina e la liberazione dall'illusione dell'esistenza, con il riassorbimento
finale nella natura stessa del Divino. Nei Paesi di Cultura Islamica i Dhikr si
tengono nella sera del giovedì, il giorno prima del venerdì di riposo. Alcune
Comunità sono molto chiuse e richiedono una sorta di iniziazione per accogliere
gli aspiranti, altre sono estremamente aperte e cordiali, alla luce del giorno,
ed accettano anche ospiti stranieri. Il termine Dhikr è utilizzato anche
per indicare le cerimonie che si svolgono in occasione degli incontri di Sufi,
le cosiddette majalis, "assemblee": tali cerimonie variano
secondo la località e inglobano in sé elementi derivati dalle tradizioni
locali. I Dhikr sono diffusi in tutto il Mondo Musulmano, dal Senegal al Pakistan e all'Afghanistan. Passando per Turchia e Siria,
Paesi che hanno una grande Tradizione al riguardo". Veggasi, per maggiori
informazioni, la seguente pagina Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Dhikr https://www.treccani.it/enciclopedia/dhikr_%28Enciclopedia-Italiana%29/ https://www.wikihow.it/eseguire-il-dhikr https://www.ilveroislam.com/8-dhikr-di-tutti-i-giorni-per-i-musulmani-per-glorificare-allah-swt/ https://www.grounded-revival.com/blogs/mindfully-grounded-blog/10-easy-dhikr-phrases-every-muslim-should-know
Curiosità Culturali: cos'è uno Sceicco
Sceicco. Dall'arabo "Shaikh" o "Sheikh": uomo
vecchio e degno di rispetto, Capo, Patriarca, Leader Religioso, titolo usato
per tutti i regnanti dell'area del Golfo Persico, membro di un Ordine
Religioso, Maestro di una Confraternita Sufi.
Come Principe della Chiesa (Musulmana) è un poco (per quanto i
parallelismi fra Cristianesimo ed Islamismo non è che possano essere troppo
calzanti) come se fosse un Cardinale dei Cattolici Apostolici Romani. Viene
pure chiamato con questo nome onorifico, un Membro delle più Nobili ed antiche
Casate del Libano. Come Principe Religioso spesso è capitato che uno Sceicco
assumesse per volontà popolare non soltanto potere e prestigio spirituale ma
temporale, creando sistemi di Governo Monarchico simili agli Emirati
(Principati Sovrani, in arabo "Imàra") ma aventi nome "Sceiccati" poiché su base religiosa e retti su base ierocratica e
teocratica da Leader Religiosi. Ricordiamo, ad esempio, nel vicino Yemen, lo
Sceiccato di Shaib e gli Sceiccati di Maflahi e Alawi. Uno Sceicco può,
pertanto, avere piena Sovranità e "Fons
Honorum" al pari di un Papa, magari ai tempi del "Papa-Re", d'altronde se nessun può negare una "Fonte di Onori" legittima all'ambito Ecclesiale-Religioso
Cristiano, non si vede perché analogamente e logicamente tale "Fons Honorum" non possa e debba esser
presente in ambito Musulmano. Ad esempio, in ambito Ortodosso troviamo in
diverse Chiese, il Titolo di Principe
Assistente al Santo Soglio Patriarcale Titolo analogo a quello ottriato dalla Fons Honorum Papale con la Sua Rara Concessione del
Titolo di Principe Assistente al Santo Soglio Pontificio (cioè, in latino "Stator proximus a solis Pontificis Maximi", la maggiore
fra le Dignità Laicali concesse dal Papa, della quale furono insigniti ad
esempio i Casati COLONNA, DORIA PAMPHILI LANDI, SFORZA, MATTEI, ORSINI di
Gravina e Solofra, ORSINI, OTTOBONI). Circa la controversa questione della "Fons Honorum" di ambito Religioso,
soprattutto Cristiano, da taluni negata, non riconosciuta o riconosciuta
restrittivamente soltanto al Papa della Chiesa Cattolica Apostolica Romana,
bisogna ricordare che da sempre Re ed Imperatori sono stati riconosciuti tali
dai vertici della Chiesa più potente del tempo e che comunque la canonicità dogmatica di una Chiesa è la vera e propria ragione
esistenziale della Fonte di Onori di questa ultima. Ad esempio, nell'ambito dei
Patriarcati Orientali, il Sultano Abdel-Magid, con la "Bara'at" dell'8 maggio 1845 (29 Rabì-II-1261 dell'Egira, cioè
dell'Era Musulmana. Egira è un termine arabo che significa emigrazione.
L'esodo del Profeta Muhammad -dalla
Mecca a Yathrib, ribattezzata in seguito Medina, nel 622. I Muhagirun, cioè gli emigranti meccani
che seguirono il Profeta, e gli ansar,
"aiutanti" cioè Fedeli di Medina,
costituirono il nucleo originario della Comunità Islamica. L'Egira segna
l'inizio dell'Era Islamica. Per un approfondimento veggasi su Internet questa
pagina https://it.wikipedia.org/wiki/Egira) riconobbe
ai Patriarchi Siri Cattolici la piena Giurisdizione Civile. Oltre quanto
innanzidetto, va rammentato che dall'epoca dell'Imperatore Ottone di Sassonia,
che venne in Italia per farsi incoronare Imperatore (962 d.C. e che restaurò
l'Impero dei Carolingi, al quale fornisce decisamente un carattere germanico, la Chiesa di Roma ebbe anche
Titoli Nobiliari riconosciuti. Ottone I concedette benefici feudali ai maggiori
rappresentanti dell'Ordinamento Ecclesiastico mutandoli in Vassalli del
Sovrano, col titolo di Vescovi-Conti
(veggasi su Internet: https://it.wikipedia.org/wiki/Vescovo-Conte) e di
Principi-Vescovi. In tal modo i Vescovi vennero incorporati nel sistema feudale
e dipesero dal Re per la concessione del Feudo e delle regalie ad esso
connesse, come per l'investitura che avviene per mano dello stesso Sovrano con
la consegna del pastorale e dell'anello, simboli della Funzione e della Podestà
Religiosa del Vescovo. Oltre i Titoli Nobiliari di diretta origine Pontificia,
ricordiamo pure i Titolati con titolo poggiato sul cognome concesso per
Delega Pontificia dai Cardinali Legati, i Titolati con titolo poggiato sul
cognome concesso per delega pontificia dagli Arcivescovi e Vescovi assistenti
al soglio, i Titolati con titolo poggiato sul cognome concesso per delega
pontificia dalle Università degli Studi, i Titolati con titolo poggiato sul
cognome concesso per Delega Pontificia alla Famiglia Cesarini Sforza. Sui Vescovi-Principi, invece, è possibile
approfondire il discorso tramite questa pagina Web:
https://it.wikipedia.org/wiki/Principe_vescovo
Shaykh. Arabic: Shaykh.
Other spelling: Sheikh. Not
recommended spelling: Shaikh, Sheykh. Incorrect spelling: Shaik, Sheik, Shayk, Sheyk. Within Arab, and Muslim
Communities, a Religious Leader, Elder of Tribe, Lord or a Revered Old Man.
Shaykh comes from Arabic meaning "old man." This is also the use of
the term in the Koran. There is no
defined system for using the title Shaykh; varies from region to region and
from religious orientation to another.
On an official level, it may be used for the simplest Tribal Leader, as
well as for the ruler of Independent States. In local communities it may denote
any man in a high position, whether it be the head of a separate quarter of a
town or the head of a teaching institution. In the countries of the Persian Gulf Shaykh is used
for any important man, be it rich business man or high officials Often a man
who has memorized the whole Koran, can be called a Shaykh, independent of his
age. The closest one comes to a uniform system is with Sufism, where
Leaders of both the Order (Tariqa) and local
congregations always are referred to as Shaykh. Until 1971, was "Shaykh" used for the Leader of Bahrain. After independence,
the title was changed to Emir. It is used until today as
the title for the ruler of Qatar. The Leaders of Kuwait used Shaykh as
title until November 1965, when the new ruler, Sabah 2 assumed the title
Emir. Shaykh is also used with Arab-speaking Christians, denoting an elder
man of stature. (fonte:
https://i-cias.com/e.o/shaykh.htm).